La corsa all’oro, ovvero di colleghi, di maestri e presunti tali

pronti-via

L’altro giorno un caro amico-collega mi ha inoltrato lo screenshot di un post che girava su facebook.

L’ennesimo che parlava di gestione e ricavi. Un altro manager adattato alla professione che pontificava di tempi, costi, percezione dei pazienti e altre banalità generosamente generiche, con la consueta spavalderia e lo stolido atteggiamento tromboneggiante di chi vuole insegnarti a vivere.

SL (iniziali di fantasia), essendo molto più giovane di me, conservava ancora quella grintosa energia, mischiata a furore etico che gli infondeva quel genuino stupore che abbiamo tutti provato nella nostra primavera di fronte a una stonatura, un pessimo esempio, la forzatura di un concetto o peggio lo svilimento di un valore. Sentivo ancora battere potente in lui l’orgoglio combattivo e quell’istintivo innato riflesso contro l’ingiustizia.

Mi ha suscitato tenerezza e anche ammirazione, perché siamo noi che invecchiando abbiamo deposto le armi (se mai le abbiamo impugnate) e adesso lasciamo correre tutto, più o meno serenamente, casomai borbottando e lamentandoci per cinque minuti nel nostro privato.

È diventato normale parlare di redditività anche nella nostra professione… comunque medica. 

Non che un tempo non se ne parlasse… anzi, la dentisteria è sempre stata considerata sinonimo di una scintillante carriera dalla sicura prosperità… e sulle spalle dei dentisti da sempre grava una pessima reputazione: tutti cani e tutti ladri (e pure evasori: quindi ladri al quadrato).

Se ne parlava… o comunque la si ostentava, con la fuoriserie, l’orologio d’oro, l’abito griffato, le scarpe audaci e l’occhiale abbagliante.

Ma i discorsi finivano li… sul nuovo attico vista mare, la settimana bianca a Cortina, una qualche stravagante collezione… o l’ultimo congresso alle Seychelles.

Non c’era insomma tutta ‘sta rottura di coglioni fra marketing anni ‘80 e management da ragionieri. 

Adesso tutto deve essere calcolato e ogni azione tradursi in profitto. Presto e bene!

Insomma se per caso ci metti un’ora a fare un’otturazione finisce che sei un coglione!

Come se fosse possibile calcolare esattamente i tempi di induzione dell’anestesia, dell’isolamento, della pulizia cavitaria, dell’adesione… il ritardo del paziente o le chiacchiere di rito (il tempo di comunicazione è tempo di cura recita il codice di deontologia medica).

E come se una piccola prima classe equivalga alla sostituzione di una vecchia amalgama estesa alla maggior parte del tavolato occlusale. Oh mezz’ora mi raccomando!

Nessuno dichiara a quale livello “qualitativo” occorra porre l’asticella… e soprattutto se esista o meno una soglia di decenza professionale oltre la quale sia stabilito immorale scendere. 

Nell’aziendalismo, quello serio, lo chiamano “controllo minimo di qualità”.

Nella nostra professione non se ne parla… un po’ perché tante sono le scuole di pensiero… tante le tecniche e troppe le parrocchie. 

Ai congressi si vede solo l’eccellenza… ovvero la punta dell’iceberg, patinata a tal punto che sorge il dubbio che sia artefatta, nel senso che non corrisponda affatto alla quotidianità. 

Comunque la di pensi, che sia fiction o meno, almeno vedere professionisti capaci di generare simili risultati continua a trasmettere un messaggio pedagogico fondamentale per i giovani, ovviamente solo per chi lo vuole cogliere.

Quello di osare, di pensare e sognare in grande!

Il senso di un viaggio in fondo non è mai stato nella destinazione, ma nel valore rivoluzionario del cammino: quello che cambia il tuo orizzonte, ti fa maturare… cambiare la prospettiva, vedere le cose del mondo da un’angolazione diversa, spesso opposta alla tua realtà.

Come pure è scomparsa dai radar degli efficientisti ad-ogni-costo la famosa “curva di apprendimento”. La gavetta, durissima e amarissima, per acquisire le conoscenze e mettersi materialmente nelle mani il mestiere. 

Ore e ore di allenamento su denti estratti, modelli, modellini, simulatori… a casa, in studio, in laboratorio… il sabato, la domenica, ferragosto e festivi. Pioggia e sole. Con le trasferte a macinare chilometri per osservare sul campo i colleghi più bravi ed entrare in punta di piedi dentro la professione.

Una salita che non finisce mai, perché ci sarà sempre qualcosa da imparare… qualcosa che potrai fare meglio! Soprattutto dopo molti anni di onorata vocazione!

Qui invece sembra che basti fare un master del cazzo per essere proclamati scienziati.

O che avere trent’anni di professione alle spalle dia automaticamente il patentino per sparare qualunque stronzata passi nella testa.

Ricordo quando ero un giovane neolaureato. Ormai tanti, tanti anni fa. Sapevo di non sapere.

Frequentavo da spettatore alcuni studi… a me interessavano le otturazioni e vedevo fare cose buone… però ai congressi rimanevo estasiato da quei restauri pazzeschi e mi affascinava il colore, aggiunto a decorazione, per renderli più naturali… invisibili. 

Confesso: il supercolore nel solco mi ha da subito conquistato, perché l’ho sempre interpretato come un atto d’amore verso il restauro e in qualche modo verso il paziente (anche se onestamente a lui non gliene può fregare di meno).

Allora ingenuamente domandavo al collega come mai non impreziosisse le sue pregevolissime otturazioni aggiungendo un po’ di pigmento a quelle modellazioni… in fondo si trattava di pochi minuti di lavoro in più. 

La risposta era diretta, fatale: “eh, ma se vuoi fare quelle cose lì, poi quanto le devi fare pagare?”

Niente.

Non capivo allora e continuo a non capire adesso che sono più vecchio, perché tutto debba essere rapportato al metro del guadagno.

Ma un paio di cose in questi anni le ho comprese e su queste non ho mai cambiato idea: 

1. nella nostra attività non tutto può essere contabilizzato;

2. se togli la ricerca della soddisfazione personale da questo lavoro ti ritrovi tra le mani un mestiere di merda! Tanto vale allora aprire davvero un chiosco di piadine e gelati!

3. chi nega od omette queste cose è un cattivo maestro: racconta verità parziali e per questo non fa del bene alla categoria.

Il problema del conto semmai è come riuscire a farsi pagare il giusto prezzo per la propria professionalità… ma questo è tutto un altro discorso, che nel mio modo di vedere la cosa, viene dopo…soltanto dopo l’acquisizione delle competenze necessarie per esercitarla.

Anche perché continuando a fare i conti della serva arriverà il momento in cui toglieremo denti mantenibili per fare posto a impianti credendoli più “predicibili”, più resistenti e cedendo un poco alla volta alla favolistica che baratta la sicurezza con l’efficienza, quando di sicuro c’è solo la “redditanza”.

Come dici amico mio? Ci siamo già arrivati a questo punto? Mi son distratto un attimo…

Torna su